sabato 30 ottobre 2010

I miei Chocolate Chip Cookies e la maledizione del forno




In questi giorni la rete è strabordante di zucche, streghe e zombie, non sarà mica Halloween? A me importa poco anche perché:

a. non sono Americana
b. non sono più bambina
c. non capisco la necessità di "importare" una festa da altre culture. Un po' come i giapponesi che hanno "importato" il Natale e lo festeggiano mangiando una secchiata (e non scherzo) di ali di pollo fritte di KFC e la famosa torta di Natale*.

Scelta impopolare? forse. Al massimo farò come il Grinch che odia il Natale. Allora perché scegliere un dolce anglo-americano? devo essere sincera? perché avevo voglia di qualcosa che facesse male. Già, perché la mia teoria è che un dolce è degno di essere chiamato tale solo se fa male, il che lo rende molto più godurioso. Questo perché quando lo mangi sai che non ti farà bene ma vogliamo parlare della sensazione peccaminosa del primo morso? Certe cose non si possono comprare, per tutto il resto c'è Master...vabbé...

Intanto il forno è ancora mancante dello sportello, perciò la mia voglia di cookies è stata salvata da mia nonna. Allora vado a casa sua contentissima e sorpresa sorpresa...scopro che il suo forno va a gas! che per fare un dolce non è per niente l'ideale, considerando che a questo punto, i gradi stampati attorno alla manopola sono del tutto inaffidabili. E infatti mi ha tradita, perché se la prima infornata è andata bene, la seconda è stata in parte bruciata. Vorrà dire che mi rifarò non appena l'omino dei ricambi deciderà di mettersi a lavorare sul serio e quindi, a ordinare questo stramaledetto sportello.

La ricetta, l'ho trovata in internet, e penso che le dosi siano state convertite dalle misure inglesi o americane.
  • 75 gr. di zucchero semolato
  • 80 gr. di zucchero di canna
  • 113 gr. di burro a pezzetti
  • 210 gr. di farina
  • 1 uovo
  • 2 cucchianini di lievito
  • 1/2 cucchiaino di bicarbonato
  • 1 bustina di vanillina o estratto di vaniglia
  • 135 gr. di gocce di cioccolato (io ho abbondato a 150, sempre per la mia teoria del "deve fare male")
In una ciotola si uniscono i due tipi di zucchero con il burro a pezzetti e con uno sbattitore si lavora il composto fino a raggiungere la densità di una crema. A questo si aggiunge l'uovo e si continua ad amalgamare con le fruste. Poi si aggiungono le polveri, cioè farina, bicarbonato, lievito e vanillina. A questo punto l'impasto risulterà appiccicoso e difficile da lavorare con le fruste, perciò è meglio aggiungere le gocce di cioccolato e lavorare con le mani. Consiglierei di far riposare l'impasto in frigo per 20 minuti, così risulterà meno appiccicoso quando si dovranno fare i biscotti. Nel mentre è opportuno pre-riscaldare il forno a 190° e preparare una teglia con carta da forno. Trascorso il tempo necessario per far riposare l'impasto, si preparano delle piccole palline e si dispongono sulla carta da forno, poi si appiattiscono stando attenti a lasciare un po' di distanza tra un dischetto e l'altro. Questo perché il lievito li farà allargare.
Il tempo di cottura è 10 minuti però dipende dal forno. Diciamo che l'ideale sarebbe usare un forno ventilato, in modo da dare una cottura uniforme.

Questo è un tipo di biscotto che per alcuni potrebbe risultare molto dolce, ma secondo i gusti, basta diminuire la quantità di zucchero. Però posso assicurare che queste dosi assicurano il sapore dei cookies originali anglo-americani.

Un consiglio: il giorno dopo sono ancora più buoni ;-P



*Questo potrebbe essere Off topic, come si dice nei fora (mi vergogno quasi a fare l'erudita e a sfoggiare il plurale di forum) ma mi piace raccontarlo. La torta di Natale, in Giappone, è associata alla donna giovane, nel senso che questo dolce si vende dal 23, 24 ed è apprezzato fino al 25 dicembre. Infatti, dopo questa data, nessuno ha più interesse a comprarlo. Ovviamente questa è una metafora per l'età della donna che fino a 25 anni è interessante, ma se rimane single dopo i 25 allora non se ne fa più niente. Meno male che anche in Giappone le cose stanno cambiando.

Aggiornamento del 1 Novembre: i miei cookies si sono rivelati un successone

venerdì 22 ottobre 2010

Lavoro, questo sconosciuto + amenità varie ed eventuali.

maurobiani.splinder.com


Questo è nato come un blog di cucina, uno spazio in cui avrei pubblicato i miei pasticci, sta di fatto che ultimamente ho cucinato davvero poco. Capita a tutti, un po' come il blocco dello scrittore, è la fantasia che mi manca... e anche il forno, diciamoci la verità. Infatti lo sportello ha improvvisamente deciso di non collaborare e così anche il vetro che si è frantumato in mille pezzi. Intanto l'omino dei ricambi se la prende con calma e io devo scroccare il forno a mia nonna o a chi si offre come volontario. Perché ho provato anche a cucinare con il fornetto elettrico di mia madre, una sorta di dolce forno per bambini cresciuti la cui migliore performance è scaldare i cornetti. Però più di questo non riesce, infatti mi ha spappolato tutto il baccalà. O forse ho preteso troppo. Si, forse.
Per queste ragioni mi sento un po' impossibilitata ma prometto che nei prossimi giorni farò uscire qualcosa dalla mia testa ma soprattutto dalla cucina, qualcosa che non abbia bisogno del forno.

Lavoro, niente. Diciamo che ultimamente mi muovo su due fronti, uno serio e uno un po' meno. Intendo dire che nel mentre che aspetto il lavoro "vero" che vorrei fare, cerco anche soluzioni temporanee, ad esempio come commessa. Questo perché le aziende a cui faccio richiesta impiegano molto tempo per i processi di selezione, in pratica per dire "no, non ti vogliamo, ci fai schifo, pussa via." Il fatto è che ho mandato più di 50 application form e ho avuto una sola risposta, indovinate quale?

"Non sei la persona che stiamo cercando."

"Poco male non mi meritate" sarebbe una risposta intelligente ma quella vera è

"Nooooooooooooo!!!!"

L'altro fronte non sta andando molto meglio, infatti mi presento al colloquio in un negozio di una nota azienda di make up. La titolare prende il curriculum e se lo guarda neanche due secondi.

"Bel curriculum, ma vedo che sei un po' troppo referenziata"

"Eh? in che senso?" Pensavo con la mia evidente espressione da ebete.

"Nel senso che con questi titoli di studio non credo tu voglia fare la commessa a vita". Lo so a questo punto avrei dovuto mentire spudoratamente e ripetere che si sbagliava, che quello era il lavoro della mia vita. Avrei dovuto strapparmi i capelli, piangere ed implorare in puro stile drama queen e invece ho risposto:

"beh, in effetti..."

Il tutto si è concluso in due secondi con un "se abbiamo bisogno di qualcuno per i pacchetti di Natale ti chiamiamo." O_0" I pacchetti di Nataleeeeee???? stiamo scherzando? Alla fine mi fa capire che cercavano una diplomata perché a loro costerebbe meno. Già, perché secondo lei e purtroppo altre persone che ho incontrato, i diplomati hanno meno pretese sulla paga. Povera me e quelli come me.
Ma oggi sono positiva, non so perché ma lo sono e siccome mi capita raramente mi voglio godere questo momento. O no? e sapete come me lo godo? Shopping compulsivo di cosmetici (ecco perché ho fatto il colloquio di cui sopra, già mi godevo lo sconto dipendenti). Si, perché ultimamente ho capito quanto un buon trucco mi renda strafiga e concedetemi il termine oggi che, stranamente, ho una buona dose di self-confidence. Così, via libera all'acquisto di ombretti, blush, gloss e pennelli e chi più ne ha più ne metta. Di conseguenza il portafogli piange ma io rido perché mi vedo bella e questa momentanea immagine di femminilità, data da un fard e un rossetto, mi fa stare bene. Stiano alla larga quelli che dicono che la migliore bellezza è la ragazza acqua e sapone. Ditelo alle mie occhiaie viola se avete il coraggio!

venerdì 15 ottobre 2010

In giro per Madrid

Museo del Prado

Carpaccio di polipo e patate (all'interno della cupola)


Crostini di tonno e peperoni



Ok miei cari e pochi ma molto buoni lettori, vi informo che sono tornata alla base ma con qualche acciacco. Pare che la Spagna abbia voluto per forza regalarmi un souvenir: un virus. Bel pensiero vero?! Ma questa è l'ultima volta che sto in ostello e i "diversamente puliti" backpackers.
Dicevamo, la Spagna. Nell'ultimo post avevo scritto dell'Andalusia, di Siviglia ed Jerez in particolare. Da lì venerdì scorso ci siamo diretti a Madrid, perché avevo voglia di vedere la capitale, purtroppo non riesco a spegnere il mio amore verso le grandi città. In 3 ore e 15, grazie alla costosa ma efficientissima alta velocità, siamo alla stazione di Atocha, luogo dell'attentato terroristico del marzo 2004. La stazione colpisce subito, prima di tutto per i controlli di sicurezza: in partenza passano i bagagli al metal detector, mentre in uscita non è permesso a nessuno di avvicinarsi ai binari, ma c'è una sezione arrivi come negli aeroporti. Sicuramente tutto questo è la dimostrazione che la Spagna ha imparato da questo triste e doloroso episodio.
Il secondo motivo di stupore ad Atocha è la presenza di un giardino tropicale con alberi altissimi e un lago pieno di tartarughe. Un'oasi di relax che non ci si aspetterebbe di trovare in un edificio in centro città, in una stazione.
Il nostro stra-maledetto ostello, su cui tralascerò i dettagli (e la passima recensione che ho lasciato su Tripadvisor), è a pochi passi, tra le fermate di Anton Martin e Tirso De Molina, per cui, almeno sulla posizione centralissima non si può protestare. Infatti a pochi passi c'è il Museo del Prado e il Reina Sofia, entrambi musei stupendi, il primo per le pitture e il secondo per l'arte moderna che a volte mi piace molto ma a volte fatico a comprendere. Però trovarsi davanti Guernica è un'emozione incredibile per la densità di significati che questo quadro racchiude. Difficile stabilire quello che ci fosse realmente nella testa di Picasso però...
La prima sera ceniamo a Casa Lucas, un ristorantino dall'atmosfera rilassata e amichevole, ma soprattutto segnalato da molte guide. Infatti è affollato e ci fanno aspettare quasi mezz'ora ma quanto ne vale la pena!!! Abbiamo preso un rosé (indovinate per quale donna di classe? :-P) e una birra, delle crocchette di prosciutto come starters, un carpaccio di polipo con patate per me e dei crostoni di peperoni e tonno con un particolare condimento (che non ricordo) per G. La cena è stata FAVOLOSA, perché oltre alle porzioni abbondanti, i prezzi non esorbitanti e la presentazione, il gusto era ottimo, complimenti allo chef!
Domenica mattina siamo andati al mercatino delle pulci del Rastro dove ho potuto prendere delle scodelle di ceramica artigianale bellissime. A parte un paio di stand, molti erano piuttosto turistici e pieni di souvenir, altri invece vendevano robe che si possono trovare ad ogni mercato rionale. Intanto mi ripetevo nel cervello che a confronto, il mercato di Camden è molto più particolare e ad ogni bancarella mi veniva da dire che "da noi è molto meglio, ecco perché quando questi vengono a Londra fanno tante spese." In un secondo ho realizzato che mi mancava Londra, giusto un po', ma non è perché sono pazza, è solo che dopo aver vissuto dei momenti tendo ad avere solo ricordi positivi. E anche se nel "periodo inglese" (sullo stile del periodo blu di Picasso) ho buttato il sangue, come si dice in Provenza, alla fine sono stata bene.

Stavamo parlando di Madrid giusto? però, sempre con Londra in testa, si decide di andare a vedere il palazzo reale...giusto per fare un altro paragone e sempre nel mio cervello.
Il verdetto: quanto alle dimensioni sono grandi entrambi e ovviamente belli, però preferisco Buckingham Palace perché è circondato da 2 parchi, la cui parte pubblica è molto amata e vissuta dai Londinesi. Il Palacio Real, invece, ha un giardino con siepi squadrate, alberi potati perfettamente e statue di marmo. Bello anche questo, però io preferisco sdraiarmi sull'erba e mangiare un bento a St.James Park, quando è bel tempo ovviamente!
A cena avremmo voluto mangiare al mercato di S. Miguel che ha tantissimi stand di tapas di tutti i tipi, dai più sofisticati ai più caserecci. Dico avremmo voluto perché era davvero troppo caro. Allora siamo andati in un tapas bar ma sarebbe meglio dire una bettola. Di nuovo polipo per me e paella di marisco per G., il tutto annaffiato con un caraffone di tinto de verano che scende come l'acqua fresca.
Il lunedì è dedicato allo shopping...ma quale shopping visto il mio magro budget di viaggio?! Nei negozi, però, non c'è niente degno di attenzione e prevale il leopardato... O-R-R-O-R-E! Alla fine per me non trovo nulla e per citare la mia amica Antonella "credo di avere qualche malattia perché sono in un negozio e non mi piace niente".
L'ultima meta del giorno è Chueca il quartiere gay con negozi molto cool, come direbbe una fashion victim piena di soldi. Neanche qua trovo qualcosa, ma quello che mimeraviglia di più è la "serietà architettonica" del quartiere. Sì, perché venendo da Soho, che è brillante, colorato, animato ad ogni ora e soprattutto sfrontato, mi aspetto la stessa cosa dalla nazione che ha legalizzato i matrimoni gay. Invece niente e questo mi lascia un po' perplessa, mah!
Alla fine il mio shopping si riduce solo ai soliti regalini da portare a casa, per me solo un magro bottino: un cerchietto e 2 calamite per il frigo. Adoro le calamite dei posti dove vado in vacanza e più sono trash e più le amo, così, per rispettare la tradizione ho preso un toro obeso e una brocca di sagria con la frutta. Ancora mi pento di non aver preso quelle a forma di sushi all'aeroporto di Tokyo, molto carine ma anche molto tamarre.
La sera mangiamo al ristorante La Sanabresa, che ci ha consigliato una ragazza di Foggia incontrata per caso al Prado. Riguardo a questo posto avevo qualche dubbio perché l'ambiente sembrava un po' datato, diciamo vecchio di decine d'anni. Però è il cibo che conta, e qui ho mangiato troppo bene. Soprattutto cucina tipica, ma per niente turistica, infatti il posto era pieno di spagnoli. Io ho preso un pesce spada grigliato con isalata e G un filetto di maiale con condimento di paprika e aglio. Anche qua porzioni abbondanti e prezzo economico, lo consiglio decisamente.
Il martedì dobbiamo ripartire, ma avendo l'aereo nel pomeriggio, si va al Parque del Buen Retiro per una passeggiata. A dire il vero, io sono andata per vedere i cani, perché quando sono lontana da mio mi prende la voglia di vedere e accarezzare quelli degli altri. In Spagna ho avuto fortuna perché quasi ogni famiglia ne ha uno, ma molti ne hanno anche due e le razze preferite sono bassotti e jack russel.
Il parco è bello ma a me sembra qualcosa di già visto. Infatti anche qua ci sono le siepi squadrate e addirittura delle reti per impedire di salire sull'erba delle aiuole. In quel momento io e G. abbiamo capito che dopo aver visto Hyde Park rimane da vedere solamente Central Park.
Prima di lasciare la Spagna è l'aeroporto di Barajas a darmi il colpo di grazia: non ci sono posti a sedere prima dei controlli di sicurezza, infatti siamo rimasti seduti a terra per un'ora insieme a molti altri ma poi non ce l'ho fatta più e via ai metal detector.
In conclusione questo viaggio in Spagna me lo sono proprio guduto, sia per la magnatoria sia perché mi sono davvero rilassata. Però ho apprezzato molto di più l'andalusia e i suoi paesini. Anche Madrid è un bel posto ma non mi ha impressionata più di tanto. E poi mi sembrava un posto già visto perché trovo che in alcune sue parti somigli molto a Parigi, dove sono già stata 2 volte. Da quel poco che ho visto, la Spagna mi è piaciuta ma non credo che mi troveri bene a viverci.
Per le foto bisognerà aspettare che G. me le passi, * perciò posterò anche quelle in un futuro non troppo lontano. Intanto penso al prossimo viaggio e faccio progetti.
Ah quanto mi piacerebbe essere pagata per viaggiare, un po' come Turisti per Caso.

*ho appena aggiunto quelle del Prado e della cena a Casa Lucas


lunedì 4 ottobre 2010

Dalla Spagna. Roma-Siviglia-Jerez de la Frontera


da sinistra gazpacho, tinto de verano e tapa di paella di pescado e marisco nella taperia più zozza di Siviglia. E come sempre si avvalora la mia teoria, che a volte quelli più zozzi sono i posti dove si mangia meglio. Però c'è un limite oltre il quale non è saggio andare, tipo dove si è sicuri di prendere malattie, ma tanto mi avete capita vero?


Lonely Planet consiglia di visitare la Spagna durante il mese di ottobre per le sue temperature miti. E così è, infatti, appena atterrata a Siviglia con il mio cappottino e sciarpina da autunno freddo, mi ritrovo spazzata via da un vento caldissimo. Faccio in tempo a guardarmi intorno e a scoprire che il termometro segna 37°, immaginate che fine fanno cappottino e sciarpa?

Durante il tragitto dall’aeroporto al centro, mi accorgo di quanto la periferia di Siviglia la faccia assomigliare ad un posto di mare, peccato che questa città non sia sul mare ma su un fiume, il Guadalquivir. Non solo, realizzo subito il concetto di siesta quando mi accorgo che in centro è tutto chiuso perché non sono ancora le cinque...ma dico io, ma anche con l’economia a terra questi non rinunciano alla siesta? Si, perché sembra che in questo paese la vita scorra molto lenta e si faccia il minimo sforzo indispensabile in tutte le attività. Cosa che per una persona che non riesce a stare ferma come me si traduce in una tortura.

Ma torniamo a parlare di Siviglia. In cerca del famoso barbiere, mi addentro nei vicoli di Triana, il quartiere gipsy della città. I muri sono ampiamente decorati con maioliche stupende, poi i portici e chiostri delle abitazioni mostrano chiaramente la dominazione e l’influenza araba di questa parte della Spagna. Ah già, per la cronaca, qui è quasi Marocco. Anche l’atrio dell’ostello è completamente ricoperto di maioliche. Peccato che il lato positivo era solo quello, il resto non lo descrivo, ve lo lascio immaginare.

Il centro città, che è quello che ci interessa, ha due edifici molto importanti: la cattedrale e l’Alcazar. La cattedrale, in stile gotico, colpisce molto per la sua imponenza, infatti, è il più grande edificio cattolico del mondo dopo la basilica di S. Pietro (anche se wikipedia dice sia il terzo, dopo S.Pietro e S.Paul). L’Alcazar, invece, non è solo il nome di quel gruppo trash che cantava “Crying at the discoteque”, ma è la fortezza araba della città. Altro punto di interesse dellà città è la Plaza De Espana, imponente semicerchio circondato da un fiumiciattolo e decorato da due ponti di maiolica, è la sede di uffici governativi ospitati in un edficio arabeggiante alla cui base ci sono delle panchine in maiolica ognuna rappresentante una provincia spagnola.

Poi c’è la plaza de toros, che da fuori è un bellissimo edificio bianco e giallo, dico da fuori, perché mi sono rifiutata di entrare. Non capisco e non voglio capire il valore culturale della corrida, che qua trasmettono anche in tv come se fosse un qualsiasi sport.

A questo punto posso essere obiettiva? a Siviglia non c’è nient’altro da vedere. Chiunque è ovviamente libero di contraddirmi, ma questa è l’impressione che ho avuto. La città si gira perfettamente in un giorno e a parte questi monumenti e i carissimi spettacoli di flamenco non rimane molto. Inutile anche dire che, in quanto meta turistica, non solo ci sono centinaia di negozi di souvenir ma soprattutto, sono rimasta sorpresa dai negozi del centro, perché erano gli stessi di Londra, compresi i vari Starbucks, Ben & Jerry’s e Haagen Dazs.

Comunque Siviglia me la ricorderò, più che per il famoso barbiere, per il cibo, le tapas soprattutto. I calamari e i gamberi, le alici, il gazpacho, la tortilla, il chorizo e lo jamon serrano che ti si scioglie in bocca. Il tutto accompagnato da un buon tinto de verano, il vino dell’estate, nient’altro che vino rosso e gassosa. Si comincia la mattina con la colazione, che invece di caffè e cornetto qui è composta da caffé y tostada, un toast di pane olio, jamon e pomodoro oppure pomodoro e formaggio. Io sono una fan della colazione salata quindi è perfetto. All’ora di pranzo un paio di tapas e bebida e alla cena stessa cosa per pochissimi soldi. Questo è il bello dell’andalusia.

Dopo 2 giorni a Siviglia ci muoviamo a Jerez de la Frontera dove G. sta facendo lo stage. Jerez non è solo la città del circuito del moto gp ma anche grande produttrice di vino e sherry che esporta in tutto il mondo. Infatti appena ci si muove per la parte della città che ospita le distillerie, l’aria profuma di vino.

Jerez sembra un piccolo paesino con i suoi tipici negozietti, la piazza centrale e il corso lungo 100 metri. In più, conserva tutte le caratteristiche del paese di provincia, inclusa l’assenza di giovani e di relativi divertimenti e passatempi. Peccato che l’apparenza inganni perché pare che sia molto grande.

Staremo a vedere nei prossimi giorni. Per il momento da Jerez passo e chiudo.